Opinioni ed articoli sul Terzo Mondo

Martedì 21 novembre 2006

Dove troveremo tutto il pane ?

“Dove troveremo tutto il pane/Per sfamare tanta gente ?” Questi versi di una famosa

canzone scout mi sono tornati in mente ascoltando, il 12 novembre scorso, le parole del

Papa che ha denunciato lo “scandalo della fame” che affligge oltre 800 milioni di persone

nel mondo, e il “sistema di governo dell’economia mondiale che destina la maggior parte

delle risorse del pianeta ad una minoranza della popolazione”. Il Papa ha continuato

invitando ogni persona “ad adottare uno stile di vita e di consumo compatibile con la

salvaguardia del creato e con criteri di giustizia verso chi coltiva la terra in ogni paese”. Ma

“dove troveremo tutto il pane” per cancellare lo scandalo della fame di quella maggioranza

dei poveri del mondo ?

I conti si fanno presto: la ricchezza mondiale complessiva aumenta: nei paesi

industrializzati (Europa, Nord America, Giappone, Australia) abitano mille milioni di

persone mai sazie di cibo, di merci e di energia; altri 2000 milioni di persone che abitano in

Cina, India e nei paesi emergenti, un nuovo “secondo mondo”, si affacciano avidamente

alla società dei consumi; restano 3500 milioni di persone, sparse in Asia, Africa, Sud

America, un nuovo “terzo mondo” che continua ad essere povero, in gran parte

poverissimo, afflitto da fame, malattie, mancanza di abitazioni decenti e di acqua pulita.

Eppure sono gli abitanti di questo terzo mondo che “coltivano la terra” e producono le

derrate agricole che fanno opulenti le mense del primo mondo; sono loro che scavano i

pozzi e le miniere da cui vengono le fonti di energia e i minerali che, trasformati,

permettono agli abitanti del primo mondo di avere tutte le comodità, più o meno frivole. E

gli abitanti del primo mondo che cosa fanno, oltre ad inviare qualche soldo che finisce,

spesso, nelle tasche e negli armamenti delle oligarchie del terzo mondo ?

Per sconfiggere la fame occorrono riforme dei mercati e dei consumi, occorre cambiare “il

sistema di governo dell’economia mondiale”, ma occorrono anche prodotti agricoli, carne e

pesce e acqua e conoscenze tecniche. Ogni persona, in media, per sopravvivere, ha

bisogno di alimenti come amidi e grassi capaci di sviluppare nel nostro corpo, ogni giorno,

almeno 10 megajoule (circa 2400 chilocalorie, come si chiamavano una volta) di energia, e

ha bisogno di circa 50 grammi di proteine, delle quali almeno 20 devono venire o dalla

carne e dal pesce o da leguminose, alimenti più ricchi di amminoacidi essenziali per la

sopravvivenza, proprio quelli che in genere mancano nella dieta dei poveri.

Se si somma il contenuto di energia e di proteine dei raccolti agricoli alimentari mondiali si

vede che essi “sarebbero” sufficienti a sfamare tutti gli abitanti della terra, ma un terzo dei

terrestri consuma tre quarti dei prodotti alimentari disponibili; molti prodotti agricoli sono

impiegati per la zootecnia che fornisce carne e proteine pregiate agli abitanti dei paesi

ricchi. I poveri hanno fame perché i raccolti sono scarsi, le terre sono poco fertili, manca

l’acqua e devono sottostare a grandi proprietari terrieri che coltivano le piante e il bestiame

destinati all’esportazione. Della fatica e del lavoro dei contadini ben poco resta per loro,

una situazione che è stata bene illustrata in un recente volume pubblicato dalle Edizioni

Missionarie EMI di Bologna, curato da Riccardo Bocci e Giovanna Ricoveri e intitolato:

“Agri-Cultura. Terra, lavoro, ecosistemi”.

La sconfitta dello scandalo della fame richiede riforme fondiarie, ma anche la diffusione di

una “cultura” (come spiega il “trattino” del titolo del libro) dell’agricoltura, il riconoscimento

che il nostro benessere e la stessa nostra sopravvivenza dipendono dal lavoro di “chi

coltiva la terra”, dei contadini, quasi scomparsi come classe e dalle statistiche nei paesi

industrializzati, ma che sono oltre la metà degli abitanti del terzo mondo.

Poi occorre acqua, un bene che sta diventando scarso soprattutto nel “terzo mondo” a

causa dei mutamenti climatici che fanno aumentare la superficie dei deserti e dei suoli

aridi, fanno diminuire la portata dei fiumi e il volume dei laghi, fanno abbassare le falde

idriche sotterranee. In milioni di villaggi occorre scavare pozzi sempre più profondi,

sollevare l’acqua con rudimentali pompe a mano o andarla prendere in pozzi sempre più

lontani da cui viene trasportata ai villaggi, soprattutto dalle donne, con fatica e dolore.

Eppure delle pompe meccaniche, anche rudimentali, potrebbero sollevare per più giorni

l’acqua dai pozzi con l’energia che un’automobile brucia in un’ora, o anche mettendo al

lavoro il vento o il Sole al servizio dei poveri.

Grandi quantità di raccolti e di alimenti vanno perduti perché, nel “terzo mondo”, mancano

tecniche di conservazione che potrebbero anche essere semplici: essiccatoi solari, silos

per evitare l’attacco dei parassiti, tecniche di trasformazione sul posto dei prodotti agricoli,

zootecnici e della pesca, molto più semplici di quelle dei grandi stabilimenti industriali e

che potrebbero utilizzare esperienze e materiali locali. Oltre a dare qualche soldo in

elemosina alle innumerevoli organizzazioni che ogni anno, sotto Natale, promettono di

aiutare qualche paese o povero del Sud del mondo, sarebbe necessario investire e

incoraggiare la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie intermedie, che utilizzano le

conoscenze scientifiche dei paesi ricchi per conservare e trasformare, nei paesi poveri, gli

alimenti locali, per depurare le acque, per migliorare le condizioni igieniche, fattori

indispensabili per liberare dalla miseria, dalla fame e dalla sete miliardi di nostri fratelli. Si

parla tanto di finanziamenti alla ricerca, ma quante università si dedicano alla ricerca

tecnico-scientifica per lo sviluppo umano

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I contribuenti italiani sono chiamati a scegliere a chi destinare l’otto per mille delle loro tasse, questa scelta viene effettuata contestualmente alla dichiarazione dei redditi tra alcune confessioni religiose e lo Stato. I fondi dei cittadini che non hanno espresso alcuna scelta vengono ridistribuiti tra tutti i beneficiari, Stato escluso. Questo meccanismo fain modo che la Chiesa Cattolica intaschi quasi il 90% dei fondi, nonostante solo 1/3 dei contribuneti gli destini esplicitamente l’8xmille.

E nel 2006 la Chiesa Cattolica ha ottenuto dall’8xmille 1.021 milioni di euro, a questo bisogna aggiungere parte della quota destinata dai cittadini allo Stato che è stata donata dal Governo a progetti presentate da realtà ecclesiastiche:
Associazione chiama l’Africa 105 mila euro,
Associazione Lumbe Lumbe 440 mila euro,
Associazione internazionale volontari Dokita 195 mila euro,
AVI Associazione volontariato insieme 195 mila euro,
AVSI Associazione volontari per il servizio internazionale 390 mila euro, Caritas diocesiana di Prato 412 mila euro,
CEFA Comitato Europeo per la formazione e l’agricoltura 58 mila euro, CISV Comunita’ impegno servizio volontariato 25 mila euro,
FOCSIV Volontari nel mondo 506 mila euro,
Organizzazione di volontariato Casa di Mamre 85 mila euro,
RTM Reggio Terzo Mondo 67 mila euro,
VIDES Volontariato internazionale donna educazione sviluppo 275 mila euro.

A conti fatti della irrilevante quota spettante allo Stato pari a 4.700.000 euro, ben il 60 per cento va ad organizzazioni eccleziastiche!

Ma dopo ciò, mi domando che senso ha far scegliere i cittadini? E perchè le organzzazioni di volontariato cattoliche chiedono di essere finanziate dalla misera quota dell’otto per mille dello Stato se la Chiesa incassa 200 volte di più?

…..Perchè la CEI destina solo l’8 per cento dei propri fondi al terzo mondo, il resto viene speso per costruire nuove chiese, mantenere i sacerdoti e per la catechesi.

E i poveri???????????????????????
E la ricerca??????????????

E’ Scandaloso!!!!!