Perchè le case farmaceutiche preferiscono l’Africa (o il terzo mondo in generale) per i loro esperimenti

L’informazione negata

Perchè le case farmaceutiche preferiscono l’Africa (o il terzo mondo in generale) per i loro esperimenti? La risposta è a più facce. Ad esempio, nel caso di Kano, c’era anche una ragione statistica che spingeva la Pfizer a correre là: in Occidente non si verificano più epidemie di meningite e quindi trovare sufficiente "materiale umano" su cui fare i test è difficile. La meningite non è l’unico caso, in questo senso. 

Torniamo alla conferenza di Johannesburg. Lì la dottoressa Ames Dhai, capo del dipartimento di bioetica dell’università più prestigiosa di Johannesburg, la Witwatersrand, ha dichiarato che gli esperimenti di farmaci sono aumentati di 16 volte negli ultimi anni nei Paesi a basso reddito. Ed ha aggiunto che è in corso una guerra tra gruppi di ricerca per aggiudicarsi i gruppi di pazienti, così da poter dire agli sponsor: "posso mettere in fila 500 pazienti domani". E le procedure, il rigore dei controlli richiesto in Occidente per le sperimentazioni richiede tempi che è un eufemismo definire lunghi. 

Non così in Africa. Dove non tutti gli stati, secondo l’Istituto sudafricano di relazioni internazionali, hanno sufficiente sensibilità politica e sufficienti mezzi per impostare ed applicare le procedure. In parole povere il clima è più rilassato. Qui si innesta il concetto di imperialismo etico. Si discute da tempo, nella comunità medica, di cosa voglia dire "consenso informato". Che cosa è necessario spiegare ad un pastore Fulani della Nigeria centrale (facciamo un esempio a caso) perchè possa dare il suo consenso informato alla sperimentazione di un nuovo medicinale? 

Di quale conoscenza scientifica di base è dotato, per capire effetti e controindicazioni, quando spesso in Africa la gente va ai consultori medici chiedendo l’iniezione perchè è nell’uso dello strumento, nell’ago e nella siringa, che identifica la cura e non nel contenuto della stessa? Quanta resistenza può trovare un gruppo di ricerca diciamo "molto ambizioso" da parte di comunità che non hanno mai visto, ad esempio, un apparecchio a raggi X? Gli stessi medici locali, quale potere hanno di opporsi a gente che arriva con mezzi tecnici extragalattici se comparati alla loro esperienza quotidiana?

Test spericolati  

Infine c’è la forza dei fatti. Gianfranco di Maio, responsabile medico di Msf Italia, cita un esempio molto chiaro. «Negli ultimi anni abbiamo scoperto che esiste un farmaco antiretrovirale che funziona in molti casi come prevenzione per l’Aids. E’ capitato a medici che operando pazienti ammalati si sono feriti e hanno toccato il sangue. L’uso di quel farmaco nelle ore immediatamente successive al contatto ha impedito, nell’80 per cento dei casi, il contagio. Una sorta di pillola del giorno dopo contro l’Aids». 

La casa produttrice del farmaco, l’americana Gilead, ha deciso di provare a farlo funzionare con lo stesso metodo degli antimalarici: finché lo prendi non ti ammali. Ed ha avviato sperimentazioni in quattro diverse situazioni: nella comunità omosessuale di San Francisco, in Cambogia e Camerun su gruppi di prostitute, su pazienti eterosessuali in Nigeria. 

In questi casi quale pensate sia l’interesse primario dei ricercatori? Premere perchè le prostitute cambogiane prendano tutte le precauzioni possibili, invalidando così di fatto la ricerca? E ancora: fino a che punto i ricercatori si spendono per far capire esattamente alle persone i rischi della sperimentazione, pur se non direttamente collegati al farmaco? Inoltre la casa farmaceutica rifiuta di garantire ai soggetti che sperimentano il farmaco una copertura assicurativa a lungo termine (30 anni) in caso qualcuno di loro si ammali durante la sperimentazione. 

Secondo la Gilead questa garanzia costituirebbe un indebito incentivo e un inquinamento del loro consenso. Ma, aggiunge, il Paese guadagnerebbe perchè la società farmaceutica lascia in "dono" laboratori, equipaggiamento e persone addestrate. Certo, se le condizioni imposte non sono troppo "rigide". In Camerun i ricercatori hanno chiesto espressamente alle cavie-umane di avere rapporti sessuali senza preservativo. E su un totale di 400, la metà riceve soltanto un cosiddetto placebo. Perchè i test, per essere accettati internazionalmente, devono avvenire col metodo del “doppio cieco”. La Cambogia ha sospeso i test in agosto 2004. Il Camerun a febbraio 2005. Le sperimentazioni sono riprese l’estate scorsa in Botswana, Ghana e Malawi. Naturalmente, quando il farmaco sarà pronto, il suo prezzo sarà inarrivabile per gli ammalati africani. E questa è l’unica vera certezza