Dall’ archivio del Coriere della Sera, pag 15, 13 aprile 2008

Il caso Il verdetto di una Corte sovranazionale obbligherebbe 15 Paesi africani ad adeguarsi

Niger, l’ ex schiava che fa causa al governo

Mani, 24 anni, comprata a 12: «La legge lo vieta, ma non è rispettata»

Ha lo sguardo profondo e determinato la signora Mani. Ha passato quasi tutti i suoi 24 anni in schiavitù ma non riesce ancora a piegare la testa. E ora si prepara a passare alla storia come la prima ex schiava che ha portato davanti a un tribunale sovranazionale un intero governo. Il suo, quello del Niger. Reo di tollerare la schiavitù malgrado sia ufficialmente vietata: una legge del 2003 lo definisce un «crimine contro l’ umanità» punibile con 30 anni di carcere. Legge praticamente mai applicata: c’ è stata una sola condanna in cinque anni. L’ altro ieri si è concluso il primo round del processo. Alla sbarra, in un’ aula della Corte di Giustizia dell’ Ecowas (la Comunità economica degli Stati africani occidentali) nella capitale Niamey, i più alti rappresentanti dello Stato, dal primo ministro al presidente della Corte suprema, il ministro della Giustizia e il portavoce del Parlamento. Tutti hanno negato che la schiavitù sia un problema nel Paese, lo considerano un fenomeno marginale. «Voglio che la gente sappia quello che succede – ha detto la ragazza ai giudici, riferisce il Times online -. Non ho mai avuto un giorno di riposo nella mia vita, ci sono migliaia di donne nella mia condizione. Questa situazione deve finire. Sono felice di aver potuto raccontare ai giudici la mia storia». A sostenere la causa della donna è Interights, Centro internazionale per la protezione dei diritti umani, associazione con sede a Londra. «Il verdetto arriverà tra un paio di mesi – spiega al telefono Ibrahima Kane, uno dei tre legali che assistono la Mani – siamo ottimisti. Sarà una sentenza che avrà un impatto e una ricaduta su tutti gli schiavi del Paese». Sono 43mila, stima Anti-slavery, Ong internazionale presente anche in Niger. Il governo dice di aver fatto di tutto per applicare la legge e sradicare questa antica consuetudine. E minimizza: «Sono cifre esagerate. Le persone delle caste più basse vengono spesso prese per schiave». Ma i difensori dei diritti umani denunciano che si tratta di individui privati di ogni diritto, che vengono lasciati in eredità alla stregua di beni e proprietà, dati in dono e deprivati dei propri figli anche piccoli. Hadijatou Mani aveva 12 anni quando, a insaputa della madre – schiava anche lei -, da un giorno all’ altro è stata portata via, comprata per 500 dollari da un uomo che viveva a 15 chilometri dal suo villaggio con altre 7 schiave. Le giornate passavano tra faccende domestiche, lavori nei campi e servizi sessuali al padrone, più grande di 39 anni. È così che Hadi gli ha dato tre figli. Da lui ha tentato di scappare, due volte. Invano. La svolta è arrivata quando il padrone l’ ha voluta come quarta moglie: per sposarla doveva però affrancarla. Ma una volta libera Hadi ha fatto quello che pochissime prima di lei avevano osato fare: si è ribellata. Non solo: ha chiesto aiuto a Timidria, associazione locale per i diritti umani presente con il suo banchetto al mercato del villaggio. Ed è cominciata la sua nuova vita: due anni fa Hadi si è sposata con un uomo che ha scelto e con lui ha avuto un figlio. Il suo ex padrone non si è arreso e l’ ha denunciata per bigamia: per tre mesi è finita dietro le sbarre. La voglia di riscatto e l’ intraprendenza della giovane – peraltro difficile da immaginare per chi non aveva mai preso una decisione autonoma in vita sua – e l’ impegno di chi l’ aiutava hanno fatto il resto. Il caso è stato portato davanti a una Corte Ecowas per sfiducia verso i giudici del Paese. «In un primo tempo la corte locale le aveva dato ragione dichiarandola libera», riepiloga il suo legale. La sentenza però venne impugnata dal vecchio padrone che riuscì a spuntarla in appello. «Il fatto che avessero tre figli dimostrava che erano sposati», sentenziarono i giudici. Quindi la decisione di rivolgersi a un’ istanza sovranazionale, con la richiesta di 60 mila euro di risarcimento. «Una sentenza a suo favore obbligherebbe tutti i 15 Paesi Ecowas a prendere provvedimenti contro la schiavitù», spiega il legale. In attesa del verdetto, il caso ha già avuto un effetto dirompente in Niger. Rivolgendosi alla corte giudicante, la sociologa Djouilde Laya ha affermato che «ci sono due date importanti nella storia di questo Paese: una è quella dell’ indipendenza, l’ altra è il giorno in cui questo caso è cominciato».

Muglia Alessandra

Pagina 15
(13 aprile 2008) – Corriere della Sera

Un grazie speciale a Manu, gruppo attivisti Act!onaid Milano