India, attentato a Mumbai: l’ombra di Al Qaeda dietro al terrorismo locale

da: http://www.newsitaliapress.it/index.php

Guido Olimpio, Corriere della Sera: l’obiettivo qui era prendere ostaggi, nessuno voleva farsi saltare in aria; l’aspetto sacrificale rimane: molti di questi attentatori saranno uccisi se non si arrenderanno

27.11.2008 20:11:12 

Mumbay – Prosegue l’offensiva del gruppo armato che nella serata di ieri ha messo a ferro e fuoco la città di Mumbay. Le forze militari indiane hanno dispiegato circa 800 uomini per contrastare l’attacco terroristico. Solo alle 12 di quest’oggi sono stati liberati gli ostaggi tenuti prigionieri dal commando nel Taj Mahal Hotel, ha fatto sapere uno dei responsabili del lussuoso albergo.

"Siamo in contatto con i 7 italiani ancora asserragliati all’interno del Trident Oberoi" annuncia il ministro Frattini all’Ansa. Altri 40 italiani avrebbero preso rifugio all’interno del Consolato e al momento sono al sicuro. Il quotidiano Times of India riferisce che sarebbero stati liberati in giornata anche una decina di ostaggi rinchiusi nel Trident Oberoi, dentro al quale rimangono ancora circa 200 persone. La Cnn indiana riferisce che i commando delle Guardie Nazionali per la sicurezza (Nsg) si stanno preparando per l’assalto finale nell’area residenziale di Nariman House.

Secca la condanna da parte della Nato. "Quello di Bombay è un fatto tragico che la Nato ha condannato in maniera dura e netta. – commenta il vicesegretario generale della Nato, ambasciatore Claudio Bisogniero Un attentato di natura codarda e vigliacca, soprattutto quando si colpisce la popolazione civile. E’ presto per valutare le implicazioni visto che non si conoscono ancora i mandanti e non si hanno informazioni più precise. Non c’è dubbio che questa vicenda avrà un riflesso regionale per la risonanza che ha. Però da qui a dire che ci sia un collegamento diretto è presto. Sono episodi come questi che minano la stabilità regionale e ci preoccupano molto. Dovremo seguire i risvolti della vicenda con molta attenzione".

Dallo scorso mese di maggio l’India è stata sconvolta da almeno cinque attentati terroristici di matrice islamica per lo più di natura dinamitarda e mirati alla popolazione civile indiana. Quello di oggi però si pone come una frattura con il passato perché va a colpire soprattutto ricchi turisti e uomini d’affari nel cuore della capitale economica del Paese.

Le autorità indiane, fa sapere la Cnn, hanno peraltro ritrovato inesploso in un ristorante vicino al Taj Mahal un altro ordigno di 8 kg preparato con un potentissimo esplosivo; se fosse stato innescato il bilancio delle vittime sarebbe drammaticamente aumentato.

Sempre secondo fonti della Cnn, alcuni componenti del commando armato avrebbero fatto irruzione anche in un palazzo chiamato Chabad House, abitato in prevalenza da famiglie di religione ebraica, e da lì avrebbero iniziato a sparare sulle persone che passavano per strada.

Il Primo ministro indiano Manmohan Singh, in un video-messaggio alla nazione ha detto: "Sono stati degli attacchi altamente orchestrati, che vogliono cercare di creare un senso di panico tra la popolazione uccidendo stranieri innocenti. E’ evidente che questi gruppi abbiano basi esterne al Paese e puntino a destabilizzare il capitale finanziario dell’India".

"Questa è una storia che ha origini non certo recenti. –  spiega a News ITALIA PRESS Francesca Marino, corrispondente per la rivista  Limes e per il quotidiano Il Messaggero – Il Pakistan ha avuto dall’indipendenza in poi un sacro terrore dell’india. Quello che c’è di nuovo è che da pochi anni sono riusciti a far infiltrare tramite intelligence basi della Lashkar-e-Tayyiba in territorio kashmiro". Fondato a Muridke, in Pakistan, nel 1980, Lashkar-e-Tayyiba ha il suo leader in Hafiz Mohammed Sayid. Il gruppo agisce nel Kashmir indiano dal 1993 ed è considerato il braccio armato di Osama bin Laden in Kashmir e in India. Negli anni ’80 era molto attivo in Afghanistan e aveva stretti legami con la Cia americana. Il Lashkar è stato messo al bando in Pakistan agli inizi del 2002. Nell’ultimo anno il gruppo terroristico sarebbe riuscito ad arruolare direttamente cittadini indiani. Agli affiliati del Lashkar-e-Tayyiba sarebbero stati imputati diversi attentati nei confronti delle truppe dell’esercito indiano e dei civili. Sono gli stessi che hanno rivendicato l’attentato che in maggio è costato la vita a 63 persone nella città di Jaipur. Il gruppo è anche sospettato dell’attentato del luglio 2006 sempre a Mumbay, dove persero la vita più di 200 persone.

"I servizi segreti pakistani continuano a finanziare il terrorismo.- sottolinea la Marino – La questione del Kashmir va avanti dal 1947: è sempre stato uno Paese a maggioranza islamica". Dopo la divisione Pakistan-India, il Kashmir è stato annesso all’India. E’ seguita così una prima divisione e una prima guerra in cui metà territorio del Kashmir è andato all’India, l’altra metà al Pakistan. Attualmente esiste una linea di confine in territorio kashmiro che si chiama Lock, ma non è mai stata riconosciuta né dal Pakistan, né dall’India.

Due le possibili piste da seguire per questo attentato: la prima, quella presentata dai servizi di intelligence indiani, una pista pakistano-kashmira (Lashkar-e-Tayyiba) che vede collegamenti con le milizie internazionali di Al Qaeda. Un commando abbastanza nutrito di questi guerriglieri, appoggiati dai servizi segreti pakistani e da Al Qaeda, sarebbero giunti da Karachi e avrebbero poi messo a segno gli attacchi a Mumbai. "Questo è ciò che dice l’intelligence indiano, sulla base delle dichiarazioni che ha estorto ad uno dei terroristi che ha catturato questa notte", osserva Enrico Piovesana di Peace Reporter.

L’attacco, secondo i servizi segreti indiani, sarebbe da mettere in relazione con il conflitto in Kashmir, che in questo ultimo periodo aveva visto una nuova fase di riavvicinamento tra India e Pakistan, non gradita da alcune fazioni  sia in India che in Pakistan, gruppi contrari ad una risoluzione pacifica del conflitto.

Nell’ambito di questa chiave di lettura non è improbabile supporre che dal Pakistan in questo momento giungano forti spinte verso l’India, percepita come un Paese che ha stretto accordi politici, economici e di carattere nucleare con gli Stati Uniti. L’India si sta in questi ultimi anni avvicinando di corsa sotto l’orbita di influenza americana, mentre il Pakistan si sente sempre più minacciato.

L’altra pista è quella "interna", che si basa sull’attacco di gruppi islamisti locali. "Ma l’India non ha nessuna intenzione di avvalorare questa tesi, – ricorda Piovesana – facendo passare l’attentato come l’11 settembre indiano, quando invece si potrebbe trattare di islamismo di matrice interna". Le prove che avvalorano questa ipotesi sono gli avvertimenti del gruppo dei Mujahiddin  indiani che, all’indomani dell’attentato del 13 settembre scorso, avevano promesso che la città di Mumbay sarebbe stata la prossima a cadere sotto gli attacchi dei terroristi. "I Mujahiddin  indiani – sostiene Piovesana – dicono di voler vendicare i raid e le persecuzioni della polizia che stanno colpendo la comunità musulmana di Mumbay e le forze antiterrorismo indiane. Non a caso il capo delle forze antiterrorismo è stato ucciso proprio questa notte".

Le autorità indiane si stanno dando da fare per dimostrare che la vicenda sarebbe del tutto esterna alle dinamiche interne che hanno sconvolto le politiche sociali dell’India negli ultimi 10 anni, ignorando il conflitto religioso che contrappone da tempo abitanti di fede musulmana e di religione indù.

Ma c’è chi sostiene che esista anche una terza pista per la lettura di questo attentato di stampo terroristico. E’ forse troppo azzardato fare divisioni così nette fra interpretazioni che propendono per un attentato la cui regia è guidata a livello internazionale da Al Qaeda e un altro, motivato da cause di malcontento interno fra i gruppi locali. "Sicuramente questo attentato ha una matrice locale. – osserva con Nip Guido Olimpio, esperto di terrorismo del Corriere della Sera Sono gruppi che hanno agito in maniera continuativa negli anni e si muovono e si comportano a tutti gli effetti come dei terroristi Qaedisti". Colpire l’India, secondo Olimpio, significa colpire – per ragioni economiche, politiche, strategiche e simboliche – uno dei Paesi protagonisti oggi del nuovo mercato globale; "automaticamente questo attacco assume così una connotazione internazionale, mette d’accordo obiettivi locali, interessi locali con obiettivi e interessi globali ".

Il contesto indiano-pakistano sarebbe da anni pronto a garantire le azioni ad una folta schiera di potenziali terroristi: gli interessi dei gruppi locali dunque non è raro possano incontrarsi con quelli dei gruppi più noti, abituati ad agire a livello internazionale.

Non solo, Olimpio tiene a sottolineare che da un po’ di tempo le formazioni terroristiche hanno molta difficoltà ad operare in Nord Africa, trovando una nuova valvola di sfogo in Paesi come l’India, il Pakistan, l’Afghanistan.

 

BERNARDO VALLI PER LA REPUBBLICA QUELLE ACCUSE AL PAKISTAN
da: www.gda3.splinder.com

Il solo effetto, immediato e forse provvisorio, del massacro di Mumbai è quello di avere riavviato la vecchia, storica, rivalità tra l’India e il Pakistan. E quando i sospetti tra le due potenze atomiche del subcontinente asiatico scivolano in una nevrosi acuta la situazione diventa inquietante. Dopo avere studiato il comportamento degli assalitori dei due grandi alberghi, il generale R. K. Hooda, comandante delle truppe indiane sul posto, ha detto perentorio che si trata di gente proveniente «dall’altra parte della frontiera».
E ha precisato: «Forse da Faridkot». Vale a dire da un distretto del Punjab indiano confinante col Punjab pachistano. Un´area geografica in cui si sono svolte due delle tre guerre combattute dalla "partition" dal 1947 in poi, tra i due Stati nati in un bagno di sangue, alla fine del Raj britannico.
Ahmed Mukhtar, il ministro della difesa pachistano, si è affrettato a sostenere (con «grande fermezza») che il suo paese non è implicato nel massacro di Mumbai. E la sua era una appassionata perorazione in favore del tormentato processo di pace avviato quattro anni fa tra Islamabad e Nuova Delhi. Per carità! Implora Mukhtar, non compromettiamo il poco che abbiamo costruito. Questo non ha impedito a Manmohan Singh, il primo ministro indiano, di affermare che l´azione terroristica ha « legami con l´estero». Vale a dire con paesi vicini. E quando in India si parla di paesi vicini, in occasioni come questa, non c´è bisogno di precisare.
Ciò non significa che i sospetti siano fondati. Essi sono dettati da un´atavica reciproca diffidenza, alla quale sfuggono in India soltanto le (per fortuna) cospicue frange illuminate della popolazione indù (80%) e della popolazione musulmana (13,4%). I poliziotti del generale R. K. Hooda, in azione ai margini dei due grandi alberghi di Mumbai, hanno notato che gli aggressori armati di kalashnikov parlano in hindi e in urdu, due delle ventiquattro lingue ufficiali in India. L´urdu è invece la lingua ufficiale pachistana. Una lingua con accenti da accampamento militare. Indizio molto più interessante è il fatto che gli assalitori ridono spesso, si scambiano battute che in un altro contesto potrebbero anche suonare divertenti. Questo non è certamente lo stile del terrorista classico, kamikaze e dinamitardo. Del resto non risulta che siano stati usati esplosivi. Mentre, abitualmente, gli attentati (che l´anno scorso hanno fatto in India 2.700 morti) avvengono con ordigni lasciati nei mercati, spesso biciclette imbottite di Tnt o prodotti del genere. Altra singolarità è che gli aggressori abbiano preso di mira gli stranieri, i turisti ricchi, con particolare predilezione per inglesi e americani. Di solito le stragi uccidono gli autoctoni.
Questa rapida analisi conforta la tesi di coloro che non considerano il massacro di Mumbai un 11 settembre indiano, teso a destabilizzare una delle grandi potenze emergenti del XXI secolo. Secondo alcuni esperti, Al Qaeda ha riti più sinistri. I ragazzotti assassini che hanno assaltato il Taj Mahal, uno dei più celebri alberghi dell´Asia, vecchio di più di cent´anni, mitragliando gli sfortunati clienti, e con loro le superbe colonne d´onice e i soffitti d´alabastro, fanno pensare ai guerriglieri di uno degli ultimi romanzi di V. S. Naipaul. In "Magic seeds", lo scrittore nato da genitori bramini emigrati a Trinidad, descrive i giovani fanatici che in India scimmiottano gli idealismi ereditati dall´Occidente, in una versione locale. Nel caso di Mumbai una versione islamica.
Altri pensano tuttavia che non esista un rigoroso stile cui i terroristi si debbono adeguare. Non c´è un regolamento che impone il suicidio con dinamite. Né che fissa obiettivi umani precisi. Né che obbliga a rivendicare con sincerità le azioni appena compiute. L´identità dichiarata dagli aggressori di Mumbai lascia gli specialisti perplessi. Mai sentito nominare un "Deccan Moujaheedeen", stando alla denominazione inglese. Ci sono dei Mujahidin indiani che si sono attribuiti almeno duecento vittime nell´ultimo anno. Ma nessuno ha mai sentito parlare di Mujahidin del Deccan, zona vicino alla città di Hyderabad. Forse si tratta di affiliati agli Indian Muslims.
Le ipotesi si accavallano, si eliminano. Ma emerge puntuale quella che punta il dito sul gruppo Lashkar-e-Taba. Non l´avevo ancora citato. Si tratta di una guerriglia, forse nata anni fa in Afghanistan, alla quale l´intelligence pachistana ha sempre dedicato una particolare attenzione. Una guerriglia di solito interessata ai territori del Kashmir, disputati da India e Pakistan. Ma alla quale i servizi segreti russi attribuiscono, senza entrare nei dettagli, un legame con Al Qaeda. A quel gruppo, a Lashkar-e-Taba, pensavano comunque il generale R. K. Hooda e il primo ministro Manmohan Singh quando accennavano ai «legami con l´estero», senza nominare il Pakistan. Anche perché a quella guerriglia fu attribuita l´azione suicida contro il Parlamento di Nuova Delhi nel dicembre 2001. Ma quelli del Lashkar-e-Taba negano di avere a che fare con l´attacco agli alberghi di Mumbai. Restano quindi soltanto i sospetti. I quali non consentono di attribuire responsabilità precise. Per ora non si conosce la mano che ha mosso i ragazzi assassini di Mumbai. Il mistero è temporaneamente completo.
Dal groviglio di terroristi con stili e motivazioni diverse si può tuttavia trarre un´idea. La cancrena islamista si sta espandendo attraverso correnti indipendenti nel subcontinente. E si può facilmente immaginare che, come un fiume, abbia la sua sorgente nell´Afghanistan, di cui il Pakistan è un fertile e frastagliato retroterra. E l´India, con il suo spesso violento mosaico religioso, è come la grande, immensa terra promessa. Al Qaeda è un´ispirazione più che un´organizzazione. Se, in quanto tale, dovesse ulteriormente avvelenare i difficili rapporti tra le due potenze atomiche, realizzerebbe quello che adesso ci appare un´orrenda utopia.

 
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