Afghanistan, attacco ai militari italiani Uccisi 6 soldati italiani

Questo e’ purtroppo l’ unico risultato che si ottine con la forza, ma quante altre morti per capirlo…Una preghiera per i ragazzi, una diversa per i soldati, un altra per i loro genitori.


da: http://www.ilgiornale.it
Lo scoppio, il sangue le urla, sei italiani uccisi dai terroristi.

I nostri militari fanno da scorta a un corteo della Nato. Sono piazzati
su due Lince, a mezzogiorno e dieci, ora di Kabul, nove e quaranta ora
italiana. Sono i mezzi di trasporto più resistenti alle bombe sul
mercato degli eserciti. L’esplosivo di una normale mina, un tiro di
bazooka, gli fanno un baffo, al Lince. I Lince resistono, danno
sicurezza. I paracadutisti della Folgore hanno in tasca un libriccino
in telo mimetico, ci sono i vangeli, i salmi, le preghiere semplici del
catechismo. Non li sopportano per questo loro essere cristiani, non c’è
niente da fare. Il corteo della Nato va dal quartiere diplomatico di
Kabul all’aeroporto. Improvvisamente una Toyota bianca con a bordo due
tizi ben rasati sorpassa, si infila in mezzo al corteo, esplode
tremenda, salta tutto, sei nostri soldati frantumati insieme ai Lince,
altri se ne salvano, almeno dieci, quindici civili sono straziati,
fumo, sirene, le telecamere. La morte e l’odore insopportabile di
sangue, polvere da sparo, lacrime bruciate. Insomma. Sei morti a
Kabul, gente nostra, paracadutisti di qualità straordinarie, morti per
che cosa? Vite giovani buttate via? Ma no. Se glielo chiedi adesso, che
i loro corpi sono sfracellati, ma l’anima no, direbbero la verità. Sono
morti per i loro figli, come dice l’etimologia di soldato sono lì per
il soldo, cioè portare a casa il pane, ma soprattutto per la nostra
prole e i nostri nipoti in un senso molto pratico. Lottare là, vuol
dire dirigere il terrorismo contro di loro invece che trasformare le
nostre città in bersaglio. Aspettavano il colpo, i militari
italiani. I nostri parà della Folgore sapevano. Anche noi in Italia
sapevamo, gli esperti avvertivano. Non è stata una sorpresa. E allora
perché li abbiamo abbandonati con la testa e con il cuore, nessuno o
quasi si è ricordato di loro per l’anniversario dell’11 settembre? In
fondo questa gente si è sporcata la divisa e rischia la pelle proprio
perché non ce ne sia un altro di 11 settembre, qualcosa di spaventevole
magari a Roma o a Bologna. Ieri mattina un tenente e i suoi ragazzi
dovevano scortare roba grossa, un corteo della Nato. Non erano
tranquilli, anche se era impossibile. Non c’entrano niente con
l’immagine da Sturmtruppen, sono professionisti, capiscono che aria
circola, ma sanno che quello è il quartiere più sicuro
dell’Afghanistan, almeno in teoria. Nei villaggi tira però una brutta
aria, e i terroristi partono dai piccoli agglomerati nei deserti. Da
mesi si aspetta da lì la grande botta, si avverte il silenzio tremendo
delle fonti di intelligence, di fatto smantellate. Parlateci con i
soldati che tornano dall’Afghanistan. È come se intorno sentissero da
un paio d’anni a questa parte il vuoto, ma si tira avanti, è il dovere:
«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», anche se uno non
pensava di difenderla a otto ore di volo, tra gente inturbantata, non
davanti al deserto dei tartari, ma proprio in mezzo ai "tartari"
barbudos. Loro lo sanno perché sono lì. Non sono lì «perché ci sono
gli americani», come ha risposto di prima mattina il massimo esperto
della sinistra, di Limes-Espresso e di Repubblica, Lucio Caracciolo.
Sono lì perché c’è il nido di Al Qaida, la fonte prima della minaccia
al nostro popolo. Non sono lì per niente, per chissà quale politica
idiota, come teorizza l’Italia dei valori. E non è una "guerra sporca"
come spande veleno e diserzione il Partito dei comunisti italiani. Sono
lì per qualcuno non per qualcosa, per le facce di chi vediamo intorno a
noi. Resta però un’altra domanda: ci sono responsabilità lontane da Kabul,
magari a Roma o a Milano? I morti direbbero molte cose, che qualcuno ha
loro mentito parlando di pace e non di guerra, per ipocrisia. Per una
volta ha ragione Massimo D’Alema che dice: «Erano lì contro il
terrorismo e per pacificare quel Paese». Contro il terrorismo? Vuol
dire guerra e vuol dire creare territori liberi dalla guerra santa, e
dunque pace. Come diceva san Bernardo, benedicendo i monaci guerrieri
difensori dei pellegrini in Terra santa, occorre accettare l’orrore di
uccidere gli assassini: «Non è omicidio ma malicidio». Ma è colpa
solo dei talebani questo lutto? Certo che no. I talebani sono
assassini, sono fratelli gemelli di Al Qaida, fanno il loro infame
mestiere. Ma perché hanno potuto colpire così? Lo hanno fatto con
calma, premeditazione, ordine, flemma, senza essere sospettati,
tamponati, tenuti lontano. Com’è possibile? Non è colpa anzitutto della
mancanza di aerei Tornado, quelli servono a bombardare da lontano.
Manca la cosa più necessaria in questa guerra di guerriglia, cioè
l’intelligence, quello che gli israeliani chiamano humint, penetrazione
di uomini dentro le città dove si nutre il nemico, dove arruola, fa
propaganda. E lì praticare contatti, scambi, informazioni. In
Afghanistan e in generale in Talibanistan (Kabul più Pakistan) eravamo
i migliori, i russi stessi lo riconobbero, come disse il ministro
Martino in conferenza stampa il Natale del 2002. Adesso, questa
capacità italiana di infilarsi, mimetizzarsi, adottare fonti locali,
raccogliere notizie di traffici d’armi, portare bambini in ospedale,
rendersi amici il capo tribù con le medicine, e togliere così acqua ai
tagliagole e kamikaze; questa bravura è una memoria lontana.
L’intelligence italiana in zona di guerra è stata distrutta, per mano
di magistratura e politica dal 2006. Se parli con gli americani, te lo
dicono. Siamo spariti. E così si è scivolati fatalisticamente verso questo disastro. L’attentato
grosso era in preventivo. Ma non così. Un missile o una pioggia di
missili nella nostra base dalle parti di Herat, dove abbiamo in mano le
operazioni. Una serie di mine nascoste sotto l’asfalto o sotto i sassi
tra terre scoscese, come già accaduto, magari più in grande. Questo era
probabile. Ma lì no. Sulla strada più controllata del mondo, quella che
va dal quartiere diplomatico di Kabul all’aeroporto, ecco lì no. In
quel momento no. La morte ha sempre questo: sai che deve venire, in
guerra la preventivi, ma poi vedi i volti cari lividi nella bara,
lividi e stranamente più giovani, e non sai dartene una ragione. Ma
guai a chi parla di andarcene via, guai a chi vuole la resa dinanzi
agli assassini. C’è da urlare, ribollire. Contro i talebani. Ma anche
contro qualcuno sbarbato e bello che ci vuole deboli e sottomessi.
Bisogna invece somigliare a quei ragazzi.

Advertisements