Africa News. Attualita’ dal continente africano

Africa – Contro la proliferazione di armi leggere
 
Con la ratifica da parte del governo del Benin, entra in vigore la Convenzione contro la proliferazione di armi leggere e di piccolo calibro (Alpc). Nel Giugno 2006, ad Abuja (Nigeria), i 15 paesi membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao), adottarono la "Convenzione contro la proliferazione di armi leggere e di piccolo calibro". In settembre scorso, dopo la ratifica di otto altre nazioni (Liberia, Mali, Nigeria, Niger, Senegal, Sierra Leone, Togo), la ratifica da parte del governo del Benin, consente l’entrata in vigore della convenzione. L’organismo regionale con sede a Dakar (Senegal), in una nota annuncia la notizia sottolineando l’importanza di questa ratifica. Il testo proibisce il traffico di armi tra Stati membri della Cedeao così come il trasferimento di armamenti ad attori non-statali senza l’accordo del governo del Paese importatore; la convenzione prevede tuttavia alcune deroghe nei casi di legittima difesa, di minacce alla sicurezza nazionale o di partecipazione di un Paese firmatario ad una missione di mantenimento della pace. (Città Nuova, 26/11/2009)
 
Africa – Clima, l’ultimatum del Continente
 
«Non posso più fidarmi di mio padre» dice Gada Tukala, che ha poco più di vent’anni, alleva vacche da quando non andava all’asilo e decide per tutti da quando il clima non è più lo stesso. «I vecchi vorrebbero aspettare dieci giorni di pioggia prima di seminare il sorgo, io so che dopo quattro scrosci è meglio affrettarsi sperando che duri». Gada è un giunco nero in un cielo bianco di luce, vive in un villaggio che di moderno ha solo le ciabatte di plastica ai piedi, si accontenta di nulla e ha una sola paura: «Sai perché non piove più? Una volta si stava tutti insieme sotto il grande albero, si ammazzava la bestia più grassa, e si pregava tutta la notte per una buona semina. Oggi con le nuove religioni la natura ha smesso di volerci bene». Gada non lo sa ma il suo paese è cristiano da 1.700 anni. E musulmano da quasi altrettanti: «Dio è arrabbiato con me e la mia famiglia» ci dice Zein Leba, contadina sessantenne che ha un ettaro di terra, sette figli, e quando prega si rivolge alla Mecca. «Dipende tutto da lui, speriamo che passi». L’Etiopia di chiese e moschee, di campi di mais, sorgo e fagioli è rassegnata da sempre a una siccità ogni dieci anni, ma da qualche tempo rimane a secco quasi un anno su due. «Colpa del cielo» dice il tam tam degli altipiani. Eppure quando interverrà al vertice sul clima che si apre il prossimo 7 dicembre a Copenhagen, il primo ministro Meles Zenawi non invocherà né Allah né gli dei della pioggia. Dirà che il riscaldamento globale sta rovinando il suo paese. E chiederà all’Occidente una montagna di soldi per insegnare a Gada e a Leba a fare a meno dell’acqua. L’Unione africana ha scelto l’Etiopia per trattare a nome di tutti al summit che dovrebbe salvare il pianeta, ma molto probabilmente rimanderà il bel gesto a data da destinarsi. Peccato, perché la posta è alta e i numeri fin troppo eloquenti: se nel 2006 l’Italia ha immesso in atmosfera 474 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’Etiopia con un terzo degli abitanti in più si è fermata a poco più di un centesimo: sei milioni di tonnellate. Se il colosso cinese è responsabile del 21 per cento delle emissioni globali, e gli Stati Uniti seguono a ruota con il 20,2, l’Africa intera rincorre lo sviluppo producendo non più del 3,7 per cento dei danni. Il disequilibrio è enorme, ma diventa insostenibile se si pensa che l’impatto è inversamente proporzionale alle cause: in Italia (almeno per ora) il cambiamento climatico mette a repentaglio il week end, in Etiopia fa sparire la materia prima che tiene in vita l’80 per cento della popolazione. «Non è che piova meno» dice a Io donna Gabru Jember, ricercatore dell’Agenzia nazionale di meteorologia di Addis Abeba. «È che le precipitazioni sono diventate imprevedibili: da sempre in Etiopia abbiamo una stagione umida da marzo ad aprile, e una più lunga da inizio giugno a fine settembre. Ora il ritmo è saltato e può smettere di piovere a una settimana dalla semina, o magari riprendere quando già ci si preparava al raccolto». A quel punto cresce un po’ d’erba, il paesaggio si fa incantevole, ma il sorgo si alza mesto senza semi. È lo spettro della siccità verde che si aggiunge ai malanni tradizionali e, solo in Etiopia, nei prossimi mesi metterà a rischio la sopravvivenza di oltre sei milioni di contadini. (…) Con il programma Meret, le Nazioni Unite hanno dimostrato che bastano investimenti modesti per arrivare a una gestione del terreno che resista alle bizze del nuovo millennio. Nel bacino di Dabe, a pochi chilometri dalla città di Nazreth, 202mila euro sono stati sufficienti per piantare una foresta, alimentare le sorgenti e mettere in sicurezza trecento famiglie di contadini. Pochi o tanti, oltre che di emissioni è quindi questione di soldi. Il primo ministro Meles Zenawi lo sa, e va a Copenhagen per battere cassa presso i grandi produttori e i grandi inquinatori del Nord del mondo. Si parte da una richiesta di 45 miliardi di euro all’anno. L’Africa intera fa sapere che saranno difficilmente trattabili. * Raffaele Oriani (Corriere della Sera, 26/11/2009)
 
Africa – Crisi economica: in Africa pesa ancor piu’ che in altri paesi
 
Ogni giorno, nel mondo, un miliardo di persone soffrono la fame, 100 milioni in piu’ rispetto, al 2008. La crisi economica ha colpito tutti i continenti facendosi ancor piu’ sentire in Africa dove, per i prossimi sei mesi, sono necessari almeno un miliardo di dollari per combattere la fame. Secondo la Fao, inoltre, solo il 4% del territorio africano coltivabile e’ irrigato e di questo territorio il 65% viene ancora preparato a mano. (Adnkronos, 26/11/2009)