Haiti 4 mesi dopo. Save the Children

 
La testimonianza di Chiara Segrado, Coordinatrice Regionale per i programmi nell’area che è rientrata da Haiti da pochi giorni.

"Sono passati quattro mesi da quando Haiti è stata colpita da una fortissima scossa di terremoto. Durante il viaggio verso Port au Prince, m’immaginavo una realtà molto diversa da quella che invece ho trovato sul terreno. La capitale colpisce già quando ci si avvicina in aereo: distese sterminate di tende blu, donate dalle varie organizzazioni internazionali, popolano il paesaggio e non è difficile capire che quelle sono le attuali abitazioni della maggior parte della popolazione. Migliaia di persone che hanno perso quel poco che avevano e che vivono ammassate le une accanto alle altre, nei campi organizzati dalle organizzazioni umanitarie. Famiglie che vivono in tende di plastica, sotto il sole impietoso a convivere con l’afa e l’umidità, quando non piove a dirotto. Servizi scarsi, assenza d’acqua corrente ed elettricità. Port au Prince mi sembra immersa in uno scenario apocalittico quando percorro le strade di notte e vedo che la gente accende dei fuochi sui marciapiedi. Gli aiuti continuano, ma sembra che non siano mai abbastanza, mai sufficienti. E’ una lotta continua, nel tentativo di ridare una vita a queste persone dagli sguardi freddi e duri, ancora impaurite dalle scosse periodiche che ricordano loro che forse non è ancora finita, che sono ancora in qualche modo in pericolo. Save the Children sta lavorando alacremente in vari settori per supportare i bambini e le loro comunità, in particolar modo nei campi. In uno di questi campi non appena entrati mi sono vista prendere per mano da un bimbo in pantaloncini e maglietta a righe che mi ha accompagnata nella tenda in cui altri suoi coetanei stavano giocando, seguiti da due operatrici. Era uno dei safe spaces aperti da Save the Children per i bimbi più piccoli, che non hanno ancora accesso a scuola. Le scuole hanno invece ripreso le loro attività accanto agli edifici in cui si trovavano prima del terremoto, se non addirittura in essi. Anche nelle scuole abbondano i teli di plastica a riparare dal sole e dalla pioggia. I banchi sono nei cortili, all’aperto. Nessuno si avventura al primo, o al secondo piano. Lo shock è ancora troppo forte. Eppure i bambini, al contrario degli adulti, hanno ancora voglia di ridere e di giocare. Vedono la macchina fotografica e posano, felici di vedere l’attenzione focalizzata su di loro. Poi si assembrano attorno allo schermo digitale, per rivedersi e riderci su.
Nei campi sono stati creati anche dei luoghi per le mamme: sia delle cliniche a cui potersi rivolgere per se stesse o i loro bimbi che spazi in cui assistere a momenti di sensibilizzazione sulla gravidanza e sulla cura dei neonati. Le mamme aspettano in fila, riparate dal sole. Le cliniche sono nuove ed attrezzate, molto pulite, con alcuni spazi dedicati alle visite mediche ad altri alla distribuzione di medicinali. Mentre visitiamo il piccolo centro medico, altre persone si affiancano alle mamme ed ai loro bimbi e attendono con pazienza che noi usciamo. In quel momento un uomo ci ferma, solo per ringraziarci di essere lì, per il nostro lavoro e per non averli dimenticati. Un grazie che ho riportato a casa con me, da condividere con tutti voi".

Maggiorni informazioni:
Save the Children
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