Come si libera un paese

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Potremmo mai portare la leggenda biblica di Davide e Golia ai giorni nostri? E se si, come si chiamerebbero i protagonisti di questa entusiasmante storia? In questo momento, a parere nostro, chi potrebbe essere Davide se non l’Islanda e chi potrebbe essere Golia se non il vecchio sistema politico-economico sorretto dalle più svariate istituzioni con acronimi sempre più impronunciabili? Come Davide, l’Islanda ha centrato con la sua fionda quel pensiero, fino ad ora inattaccabile, che le crisi economiche-finanziarie si possano risolvere solo con piani di crudele austerity e sacrifici, quei piani dettati da terzi e che ricadono nella loro totalità su chi il danno non lo ha prodotto.Ma “ahinoi”, sembra che le rivoluzioni siano importanti solo se molto fotogeniche: vengono bene in tv solo se sono violente, per poter così manipolare meglio la mente della gente verso una o l’altra posizione perché le visioni di piccoli corpi straziati o forze dell’ordine in sangue si strumentalizzano con più vantaggio. Così, a noi, pare che se non ci siano manifestazioni turbolente, barricate infuocate, pietrate e gente con nasi rotti e arti mutilati, non vi sia molto da vedere altrimenti non riusciamo a spiegarci come mai la rivoluzione, che da tempo si sta consumando nella fredda Islanda senza spargimenti di sangue, passi nel più assoluto silenzio: deve essere per questa sicurezza nell’ottenere poca “audience” che noi siamo appena informati che questo piccolo Paese del Nord Europa combatte la propria peggior crisi economica in maniera dignitosa, a colpi di pentole, urla e con un opportuno lancio di uova.
Parlare di “rivoluzione pacifica” suona come un ossimoro e per molti non è fattibile poiché si informano solo tramite le “classiche vie” che, sicuramente, reputano le mediatiche rivolte arabe più incisive e con un minor rischio di “contagio” in Europa (mentre la mobilitazione islandese può darci idee pericolose): basterebbe solo armarsi di un pc con una connessione e la Rete riuscirebbe ad aprire gli occhi anche ai più stolti.
Dopo che l’economia dell’Islanda è affondata, nel 2008, grazie alle banche fallite e ad un debito enorme, i 300mila abitanti di questa isola nordica sono scesi in strada e non intendono fermarsi.
Insomma, gli islandesi hanno riscoperto il piacere della partecipazione attiva e non sembrano disposti a rimetterla nelle mani dei pochi e soliti noti: vi è così in atto uno scontro tra democrazia diretta ed economia. Non c’è più solo una prima ministra lesbica e una maggioranza parlamentare di sesso femminile a indicare lo smantellamento di alcune barriere invisibili nella dimensione pubblica; non c’è solo la radicalizzazione dei principi antimilitaristi e ambientalisti (la legge islandese impone che la quasi totalità dell’energia provenga da fonti rinnovabili ed ora, anche attraverso la crisi, gli islandesi hanno riscoperto l’importanza economica del loro territorio fortunatamente protetto e non usurato); ora vi è anche la potenza dell’insorgenza islandese che mette in discussione il sistema dei partiti tradizionali, antiquato e improduttivo per dare soluzione ai nuovi problemi. Questa forte manifestazione perseguita come delinquenti i responsabili diretti della cattiva gestione; dopo aver ottenuto le dimissioni di un governo, passa all’elezione diretta di 25 rappresentanti del popolo, per il merito, l’onestà e l’impegno, rompendo la dipendenza dal circolo di potere di ogni partito; inizia un controllo della ricchezza del Paese con trasparenza e condivisione cittadina tanto che sta nascendo in Islanda la prima costituzione crowdsourcing, cioè un testo realizzato dagli utenti della rete attraverso mail e social network, il tutto coordinato dagli eletti, nonché l’ “Icelandic Moderm Media Initiative (IMMI)”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e di espressione.
Ma l’esperienza islandese è fastidiosa, non piace nemmeno al nostro sistema, che per grandezza e popolazione potrebbe prendere esempio da questo Stato illuminato: siamo piccole nazioni ma il concetto di popolo sovrano non conosce limitazioni numeriche e l’organizzazione va solo adattata al contesto di riferimento. Ed è verso i nostri concittadini che ci rivolgiamo nel chiedere di lottare, ora più che mai, per una Repubblica trasparente, onesta e diretta verso nuovi sistemi: gli islandesi ci mostrano un cammino diverso per uscire dalla crisi, tanto semplice quanto dire basta e ricordare che la politica, e chi la esercita, devono essere al servizio della cittadinanza e non degli interessi di entità private la cui avidità e mancanza d’etica è all’origine di una delle peggiori crisi economiche, finanziarie e relazionale che San Marino abbia mai affrontato.
Scendiamo nelle piazze per riaffermare un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa personale, nazionale ed internazionale. Solo in questo modo potremmo entrare tra i protagonisti della nuova leggende di Davide e Golia. da:http://www.sanmarinonotizie.com/?p=33235
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E’ in corso da due anni una rivoluzione in Europa, ma nessuno ne parla: breve resoconto della rivolta anticrisi islandese.

Recentemente la rivolta in Tunisia si è conclusa con la fuga del tiranno Ben Alì, così democratico per l’occidente fino all’altroieri e alunno esemplare del Fondo monetario internazionale.

Tuttavia, un altra “rivoluzione” che ormai è in corso da due anni è stata completamente taciuta e nascosta dai media mainstream internazionali ed europei.

È accaduto nella stessa Europa, in un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all’anno 930 e che ha occupato il primo posto nel rapporto del ONU sull’indice dello sviluppo umano di 2007/2008. Indovinate di quale paese si tratta? Sono sicuro che la maggioranza non ne ha idea.

Si tratta dell’Islanda, dove si è fatto dapprima dimettere il governo in carica al completo, poi si è passato alla nazionalizzazione delle principali banche, infine si è deciso di non pagare i debiti che queste avevano contratto con la Gran Bretagna e l’Olanda a causa della loro ignobile politica finanziaria; infine si è passati alla costituzione di un’assemblea popolare per riscrivere la propria costituzione.

Tutto questo avviene attraverso una vera e propria rivoluzione, seppur senza spargimenti di sangue ma semplicemente a colpi di casseruole, con le proteste e le urle in piazza e con lanci di uova, una rivoluzione contro il potere politico-finanziario neoliberista che aveva condotto il paese nella grave crisi finanziaria.

Non se ne è parlato dalle nostre parti, se non molto superficialmente, a differenza delle rivolte in altre latitudini discorsive (la Sicilia meridionale è più a sud di Tripoli, eppure la remota Islanda, più vicina al polo nord che all’Italia è percepita come parte della “Moderna” Europa).

Il motivo è semplicemente il terrore, per lor signori, democratici o conservatori che siano, della riproducibilità e l’estensione di quelle lotte.

Che cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei seguisse l’esempio islandese?

Brevemente, la storia dei fatti:

Alla fine di 2008, gli effetti della crisi nell’economia islandese sono devastanti. A ottobre Landsbanki, la banca principale del paese, è nazionalizzata.

Il governo britannico congela tutti i beni della sua filiale IceSave, con 300.000 clienti britannici e 910 milione euro investiti dagli enti locali e dalle organizzazioni pubbliche del Regno Unito. Alla Landsbanki seguiranno le altre due banche principali, la Kaupthing e il Glitnir. I loro clienti principali sono in quei paesi e in Olanda, clienti ai quali i loro rispettivi stati devono rimborsare i depositi bancari, all’incirca 3.700 milioni di euro di soldi pubblici.

L’insieme dei debiti per le attività bancarie dell’Islanda è equivalente a varie volte il suo PIL.

Da un lato, la valuta sprofonda ed il mercato azionario sospende la relativa attività dopo un crollo del 76%.

Il paese è alla bancarotta.

Il governo chiede ufficialmente aiuto al Fondo monetario internazionale che approva un prestito di 2.100 milioni dollari, accompagnato da altri 2.500 milioni da parte di alcuni paesi nordici.

Le proteste dei cittadini davanti al Parlamento a Reykjavik aumentano.

Il 23 gennaio 2009 si convocano le elezioni anticipate e tre giorni dopo, i cacerolad@s sono di nuovo in piazza in migliaia e impongono le dimissioni del primo ministro, il conservatore Haarden e di tutto il suo governo in blocco.

È il primo governo vittima della crisi finanziaria mondiale.

Il 25 aprile ci sono le elezioni generali vinte da una coalizione socialdemocratica e dal movimento della sinistra-verde guidate dalla nuova prima ministra Jóhanna Sigurðardóttir.

Nel 2009 la situazione economica resta devastata con il crollo del PIL del 7%..

Sulla base di una legge ampiamente discussa nel Parlamento, viene stabilito il pagamento dei debiti in Gran Bretagna e in Olanda attraverso 3.500 milioni di euro che tutte le famiglie islandesi avrebbero dovuto pagare attraverso una tassazione del 5,5% per i prossimi 15 anni.

Gli islandesi tornano a manifestare nelle strade per rivendicare un referendum popolare per la promulgazione della legge.

Nel gennaio 2010 il presidente, Ólafur Ragnar Grímsson, rifiuta di ratificare la legge e indice la consultazione popolare: in marzo il referendum con il 93% di NO al pagamento del debito.

La rivoluzione islandese vince. Il fondo monetario internazionale congela l’aiuto economico all’Islanda nella speranza di imporre in questo modo il pagamento dei debiti.

A questo punto il governo apre un’inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi.

Arrivano i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager.

L’Interpool spicca un ordine internazionale di arresto contro l’ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson.

Nel pieno della crisi, a novembre, si elegge un’assemblea costituente per preparare una nuova costituzione che, sulla base della lezione della crisi, sostituisce quella in vigore. Si decreta il potere popolare.

Vengono eletti 25 cittadini, senza alcun collegamento politico, tra le 522 candidature popolari, per le quali era necessario soltanto la maggiore età e il supporto sottoscritto di 30 cittadini.

L’assemblea costituzionale avvierà i suoi lavori nel febbraio del 2011 e presenterà a breve un progetto costituzionale sulla base delle raccomandazioni deliberate dalle diverse assemblee che si stanno svolgendo in tutto il paese. Tale progetto costituzionale dovrà poi essere approvato dall’attuale parlamento e da quello che sarà eletto alle prossime elezioni legislative.

Inoltre, l’altro strumento “rivoluzionario” sul quale si stà lavorando è l’ “Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e dell’espressione.

L’obiettivo è fare del paese un rifugio sicuro per il giornalismo investigativo e la libertà di informazione, un “paradiso legale” per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche: Un inferno per gli Stati Uniti ed un paradiso per Wikileaks.

Questa in breve la storia della rivoluzione islandese: dimissioni in blocco del governo, nazionalizzazione delle banche, referendum e consultazione popolare, arresto e persecuzione dei responsabili della crisi, riscritura della costituzione, esaltazione della libertà di informazione e di espressione.

Ne hanno parlato i mass media europei?

Ne hanno parlato i vari talk-show televisivi, i giornali di destra o di sinistra?

Nel nostro paese, come in tanti altri paesi occidentali, si cerca di superare la crisi attraverso un processo di socializzazione delle perdite con i tagli sociali e la precarizzazione dilagante.

Quando si inizia a parlare della rivolta islandese si tende a decostruire la potenza costituente della rivolta , minimizzando e relativizzando la sua porta, per il timore del contagio: e dunque l’Islanda è una piccola isola di soltanto 300.000 abitanti, con un complesso economico ed amministrativo molto meno complesso di quello dei grandi paesi europei, ragione per la quale è più facile da organizzare in se cambiamenti così radicali.

Insomma, in questo caso e da questa prospettiva è difficile impiantare l’ordine discorsivo “orientalistico” del sottosviluppo con il quale vengono liquidate le cosiddette “rivoluzioni modernizzatrici” del maghreb.

Parliamo comunque della “civile Europa”.

La stessa “civile Europa” alla quale tentano di aggrapparsi i tecnocrati islandesi più realisti del re: la soluzione ai mali dell’Islanda, la crisi islandese, è a loro dire il prodotto dell’isolazionismo economico e da mesi continuano a parlare e accellerare sull’adesione all’Unione Europea come antidoto contro la devastazione neoliberista.

Confondono ancora una volta la cura con la malattia.

E quindi vogliono stringere su questo tema, così come allo stesso modo l’Europa vuole riprendere sotto le sue ali protettive la ribelle Islanda, per strangolarla dolcemente e senza traumi attraverso i suoi diktat, i suoi vincoli e i suoi patti di stabilità. Ma il popolo islandese ha già dimostrato di non lasciarsi facilmente abbindolare.

FONTE: Facebook, pubblicata da Francesco Caruso il giorno martedì 8 marzo 2011 alle ore 19.46, da: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12564&catid=39&Itemid=68

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