Fiscal Compact: dal 2014 – 45 miliardi di euro di tagli all’anno per raggiungere il 60% di indebitamento.

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Ecco cosa prevede in “Fiscal compact” all’atto pratico: Il governo italiano, ratificando il fiscal compact dovrà nei prossimi 20 anni, portare il debito pubblico al 60% del PIL mediante una maxi manovra finanziaria all’anno. Stando ai numeri attuali (in via di peggioramento) che vedono il debito pubblico ammontare a 2080 miliardi di euro, con un rapporto tra debito pubblico e PIL del 132%, i governi che si susseguiranno per rientrare nei parametri richiesti dovranno impegnarsi a recuperare 900 miliardi di euro, che dilazionati nei 20 anni fa 45 miliardi all’anno: praticamente per un ventennio gli italiani dovranno sostenere tutti gli anni una stangata come l’ultima montiana manovra. Mario Monti sostiene che “se il PIL italiano crescesse più del debito pubblico la somma di 45 miliardi all’anno si ridurrebbe” ma se consideriamo che lo scenario attuale è quello inverso, ovvero l’ammontare del debito pubblico è in via di peggioramento, a causa in primis dello spread elevatissimo, mentre il PIL è in contrazione, nei prossimi anni gli attuali 45 miliardi all’anno (necessari per pagare 900 miliardi in 20 anni) lieviteranno, di pari passo con l’ammontare del debito pubblico e la riduzione del PIL: 46, 47, poi 48… 50 miliardi all’anno, e così via, in quanto la somma da corrispondere annualmente è calcolata in base alla cifra necessaria per rientrare nella soglia del 60% debito pubblico – PIL negli anni (del ventennio) residui. Ricordiamoci inoltre che è stato ratificato il Meccanismo Europeo di Stabilità: che potrà esigere qualsiasi cifra da una settimana all’altra, e potrebbe aggravare i conti: l’Italia (come le altre nazioni) non può essere in grado di rastrellare “dall’oggi al domani” cifre imponenti come quelle che il MES potrà liberamente esigere, costringendoci a fare ricorso al FMI, che non vede l’ora di prestare soldi alle nazioni per imporre le proprie condizioni. Fino ad oggi, nonostante i problemi che abbiamo, ci hanno costretto a pagare quasi 50 miliardi di euro per “salvare” le banche altrui, e non c’è motivo per ritenere che gli eurocrati non battano nuovamente cassa. In caso di inosservanza l’Italia sarebbe sottoposta a sanzioni, che vanno dall’esclusione dai fondi europei alla sospensione di prestiti, fino alle sanzioni economiche. Dove troveranno i soldi per pagare questo salasso? La pressione fiscale è già a livelli insostenibili, (le tasse potrebbero eventualmente essere aumentate solo ai ricchi, anche se certo questa misura potrebbe rastrellare qualche miliardo all’anno e non risolvere il problema. Inoltre dubitiamo fortemente questo governo o quelli che susseguiranno abbiano intenzione di tassare i ricchi) e comunque la leva fiscale non sarebbe sufficiente e idonea, in quanto aumentando le tasse diminuiscono i consumi, e con loro il gettito fiscale, come è accaduto con le accise sul carburante, per questo, il fiscal compact rappresenterà la devastazione totale dello stato sociale, con probabili, anzi – sicuri -sostanziosi licenziamenti tra gli statali e la svendita del patrimonio pubblico, come avevamo accennato analizzando i dati del FMI.

La SVENDITA del patrimonio pubblico.

Ogni anno, entro Dicembre, i governi dovranno pagare la salatissima rata. Per racimolare i soldi, saranno costretti a mettere in vendita i beni dello stato, ad iniziare dai pacchetti azionari delle principali aziende sane rimaste (parzialmente) pubbliche: ENI, ENEL, Finmeccanica, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, opere d’arte universali, fino ai beni immobili. Lo stato dovrà vendere in fretta, in vista delle scadenze, e questo sul mercato rende ricattabili: un po’ come avviene per le case all’asta, che vengonosempre vendute alla 3° seduta (le prime due aste vanno deserte, ed il prezzo cala vertiginosamente) gli acquirenti si presenteranno al cospetto dello Stato in extremis, quando sarà alla “canna del gas” in vista di dover corrispondere il pagamento. E il prezzo lo faranno gli speculatori. A questo aggiungiamo il fatto che, visto come funzionano le cose, non ci sorprenderemmo se qualche esponente del governo facesse gli interessi degli acquirenti, piuttosto che dei cittadini, sia la loro natura viscida e servile nel curare degli interessi di “altri” che però non siamo noi semplici cittadini; sia per i classici “scambi di favori”, oltre che per le solite, immancabili, strutturali mazzette. Vorrei qui soffermarmi un attimo sulle Ferrovie dello Stato. Negli ultimi decenni abbiamo investito, noi tutti cittadini Italiani – ridotti in mutande da quella masnada di pirati che ci governa – circa 200 miliardi di euro in ammodernamenti, manutenzione ordinaria e straordinaria, creazione delle linee ad alta velocità, acquisto treni ed il magna magna dei vari signorotti. Ora che dovremmo almeno rientrare nell’investimento iniziale, loro, i pirati servi dei lobbisti dell’oligarchia finanziario/affaristica, invece svendono. E questo non è giusto. Come non è stato e non è giusto che noi tutti cittadini paghiamo i costi per la realizzazione e mantenimento delle Autostrade, ma al casello regaliamo i nostri soldi alla famiglia Benetton. I tagli indiscriminati: La svendita del patrimonio pubblico da sola non basterà e saranno necessari tagli lineari e e ancor più feroci a scuola, università, ricerca, sanità, trasporti, lavoro e pensioni. Il così detto welfare così come fin’ora conosciuto non potrà mai più esistere.

Diamo ora uno sguardo più analitico alla situazione Italiana : Con il progressivo aumento del debito, e del suo costo, si sta consolidando la convinzione che le manovre correttive adottate non saranno sufficienti a garantire la stabilità fiscale e che si potrà riportare il debito pubblico in zona di sicurezza solo coniugando elevati avanzi primari e operazioni straordinarie sul patrimonio. Alla luce di quanto è accaduto dalla seconda metà del 2011 risulterebbe, infatti, evidente che il controllo del disavanzo non viene giudicato dai mercati un requisito sufficiente per ridurre il rischio associato alla finanza pubblica del nostro paese. Ridurre velocemente il debito rappresenterebbe un vantaggio in termini di credibilità e fiducia e, dunque, in ultima analisi, di costi. Ma nel contesto definito dal fiscal compact la riduzione di debito impressa dalle politiche finora perseguite è sufficiente al rispetto dei requisiti? Per verificarlo abbiamo confrontato quanto richiesto dal fiscal compact con quanto si può estrapolare dalle dinamiche attese nelle nostre previsioni per gli indicatori di finanza pubblica.

In termini numerici, la regola richiede che nei paesi in cui è superato il valore di riferimento del 60 per cento il rapporto debito/Pil (d) evolva secondo questa formula:

Consideriamo che t sia il 2016, il primo anno di valutazione del rispetto della regola per l’Italia[1] e che dt-1, dt-2 e dt-3 siano i valori del rapporto debito/Pil stimati rispettivamente per gli anni 2015, 2014 e 2013. Applicando la formula risulta che il livello del rapporto debito/Pil nel 2016 dovrebbe attestarsi al 9 per cento. Rispetto al livello previsto per il 2015 la riduzione dovrebbe essere 4.2 punti percentuali di prodotto. Negli anni successivi il ritmo di riduzione imposto dalla regola si attenua, essendo inversamente correlato al livello del debito, e al rapporto debito/Pil è richiesto di scendere mediamente di 2.6 punti percentuali ogni anno fino al 2020 e progressivamente sempre meno. Come si nota, la riduzione così ottenuta è inferiore a quella richiesta nei primi anni di proieione (nel 2016 2.8 punti percentuali di Pil a fronte di 4.2) mentre negli anni successivi al 2022 l’evoluzione diventa via via più favorevole portando il debito a livelli più bassi di quelli disegnati dalla regola del fiscal compact. Al di là della convergenza al rispetto al benchmark, che, ricordiamo, verrà valutata anche con riferimento a tutti i fattori citati più sopra e non darà avvio in modo automatico alla procedura per disavanzi eccessivi, l’esercizio mostra un fatto già noto, ovvero che data la dinamica delle determinanti macroeconomiche attese dal governo (e in linea con quanto previsto nel nostro Rapporto) la riduzione del rapporto debito/Pil è molto graduale e poco significativa. Per tornare i livelli del 2007 sarebbero necessari dieci anni, e nel 2030 il debito sarebbe ancora pari all’80 per cento del Pil. Ciò avviene nonostante l’avanzo primario sia stimato superiore al 4 per cento del Pil ogni anno, un livello coerente con il progressivo azzeramento del livello effettivo del disavanzo, e forse non sostenibile così a lungo.In questo contesto, l’ipotesi di accelerare la discesa del debito via valorizzazioni/vendite patrimoniali potrebbe consentire non solo di avere maggiori margini di sicurezza rispetto alla disciplina europea, ma soprattutto di rendere tale disciplina coerente con livelli di avanzo primario più bassi, ovvero di liberare risorse per interventi a sostegno della crescita, che rimane il principale fattore determinante della dinamica debito/Pil. Negli obiettivi programmatici del governo è incluso un programma di valorizzazione e successiva dismissione del patrimonio statale a per circa 1 punto percentuale del Pil ogni anno dal 2013 al 2015. In questa ipotesi il debito si attesterebbe a fine 2015 al 120 per cento del Pil. Rispetto alla situazione in assenza di vendite, il più basso livello del debito fa sì che la riduzione imposta dalla regola per gli anni successivi sia di minore entità; l’evoluzione del debito che si può stimare date le determinanti è coerente con il sentiero richiesto dal fiscal compact tra il 2016 e il 2020 e diventa anche più virtuosa di quanto richiesto negli anni successivi.

La mazzata finale: Il Senato dei Länder blocca il fiscal compact.

Tramite il voto dell’opposizione socialdemocratica e verde, che detiene la maggioranza nella seconda Camera viene rimandato alla Commissione di mediazione il fiscal compact proposto dal governo Merkel. Inevitabile che adesso in Germania inizierà un lungo periodo di compromesso, dove la Commissione proverà a far convergere gli obbiettivi delle due Camere per adeguarsi alle direttive europee. A votazione conclusa sono arrivate copiose le richieste delle Regioni in cambio dell’austerità: l’introduzione di un salario minimo di 8,50 euro l’ora e l’apertura di un fondo che raccolga dai 2,5 ai 3,5 miliardi di euro l’anno destinato alla costruzione di strade comunali, scuole superiori, spazi per bambini ed edilizia civile. Copiose anche le critiche, giunte dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble che ha subito parlato di responsabilità (aridaje) nei conforti dell’eurozona, così come quelle di Martin Kotthaus, portavoce di Schaeuble, che ha aspramente criticato l’atteggiamento del Bundesrat. Anche il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha bollato la decisione del Bundesrat come deplorevole. Sta di fatto che ad oggi la Germania ha detto no alle politiche di austerità, da essa stessa volute (per controllare la concorrenza?) ribellandosi ad un sistema che nel medio periodo avrebbe potuto travolgerla. Trovandosi, però, a poter applicare politiche economiche che nessun altro paese tra quelli che hanno ratificato il fiscal compact (come noi) potrà mai più attuare. Ci sono giorni che passano inosservati, volutamente senza memoria, lontano dalla storia, dai media e dalla stampa del regime; ma che cambieranno per sempre, per noi cittadini, il modo di vivere la nostra unica vita. Potete scaricare e leggere il testo completo in italiano del Trattato sul Fiscal Compact QUI – See more at: http://www.mondoinformazione.com/notizie-italia/fiscal-compact-scheda/103902/#sthash.vhToKgU0.dpuf

Note:

1) In base alle indicazioni europee, la regola viene applicata dopo la chiusura delle procedure per disavanzo eccessivo, che, come detto, per l’Italia sono state chiuse nel dicembre del 2012. Poiché devono essere disponibili tre esercizi ai fini dell’applicazione della formula, il primo anno di valutazione per l’Italia dovrebbe essere il 2016. Per leggere l’articolo e vedere i grafici clicca su: http://resettiamoci-ora.blogspot.it/2013/09/fiscal-compact-dal-2014-45-miliardi-di.html

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