Gli ultimi italiani di Crimea: “Siamo in pericolo, aiutateci”

Il Tricolore è tenuto come una reliquia da Giulia Giacchetti Boico, la presidente della comunità italiana della Crimea.

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«Abbiamo paura della guerra che potrebbe scoppiare fra Ucraina e Russia o con chi non accetterà l’annessione a Mosca» spiega la coraggiosa rappresentante dei connazionali più dimenticati dalla storia e dalla madrepatria.

Guarda il video L’appello degli italiani in Crimea: “Non lasciateci soli”

Per questo ci appelliamo alla politica e al governo di Roma. Chiediamo solo un cenno di solidarietà e protezione. Un aiuto in questo momento drammatico» a nome delle 500 anime di origine italiana perdute nei venti di guerra della Crimea (guarda il video). «Se cominceranno a sparare, come ai tempi della nostra deportazione nel 1942, i primi che verranno a cercare saranno le minoranze indifese» sottolinea Giulia. Gli italiani di Crimea, emigrati nella penisola oltre 200 anni fa, furono deportati in Siberia e decimati da Stalin, che li considerava una spina nel fianco durante la seconda guerra mondiale (guarda il video). «Solo due giorni fa ho sentito le strofe della canzone di Simone Cristicchi sull’esodo istriano ci chiamavano fascisti, ma eravamo italiani – racconta Giulia – Lo stesso è capitato a noi. Per questo abbiamo deciso che nel giorno del ricordo del nostro dramma la canteremo in riva al mare, dove iniziò la deportazione via nave» (guarda il video).
La cittadina è all’estremo lembo orientale della Crimea divisa dalla Russia da uno stretto (guarda la mappa). Stalin non c’è più, ma Loretta la nonna di Giulia, raccontava sempre dei soldati con la stella rossa ed i mitra spianati arrivati a casa per intimare che avevano un’ora per partire e potevano portare solo 8 chilogrammi di roba. «Era il 28 gennaio 1942 – racconta Giulia – Li imbarcarono sulle navi, come bestie nelle stive, al buio. Sentivano i bombardamenti della linea del fronte e pregavano Dio dicendo: “Salvaci se fra noi c’è un solo bimbo innocente come Gesù”». Una nave naufragò ed il signor Ragno fu l’unico sopravvissuto. Il peggio, però, doveva ancora venire. A Novorossiysk gli italiani, che a Kerch erano 5mila, furono chiusi in carri bestiame, come gli ebrei dell’Olocausto. «Il viaggio verso la Siberia durò due mesi ed ogni giorno qualcuno moriva – spiega Giulia riportando le parole dei sopravvissuti – Paola Evangelista aveva tre figli maschi. Quando spiravano doveva lanciare i corpi fuori dal treno. L’ultimo decise di tenerlo in braccio, di far finta con le guardie che fosse ancora vivo per seppellirlo decentemente».
L’Nkvd, la polizia segreta di Stalin, come quella di Tito anni dopo, non guardava in faccia nessuno. Fra i deportati c’erano pure antifascisti riparati in Unione Sovietica. «Bruno, nome di battaglia Spartaco, non voleva obbedire agli ordini. Un giorno l’hanno portato via ed è sparito – rivela Giulia – La madre, Maria, è impazzita e ha fatto la stessa fine». Si veniva giustiziati per una sciocchezza: «Due fratelli ad una sosta avevano osato prendere del carbone della locomotiva per riscaldarsi. Li hanno fucilati». Natale De Martino, un sopravvissuto, ripete sempre che «fu la deportazione più crudele. Si moriva di freddo, di fame, di stenti».
Gli italiani dalla Liguria e soprattutto dalla Puglia, marinai o contadini, erano emigrati in Crimea ai tempi degli Zar. «Antonio Felice Garibaldi, lo zio dell’eroe dei due mondi costruì nel 1860 l’unica chiesa cattolica, che i comunisti hanno usato per anni come palestra – fa notare Giulia – (guarda il video). Volevamo un parroco da Roma che non è arrivato, ma il Padre nostro lo recitiamo in italiano». Lo stesso Giuseppe Garibaldi venne due volte in Crimea. I sopravvissuti alla deportazione di Stalin «non sono mai stati riabilitati, ma hanno cominciato a tornare in Crimea alla spicciolata dagli anni Cinquanta».
Anna e Vittoria sono due emozionate ventenni, che a fine mese partiranno per Roma «a migliorare l’italiano all’associazione Dante Alighieri» (guarda il video). Al piano terra della modesta abitazione-ufficio della presidente, una stanza con lavagna, bandiera e carta dell’Italia è adibita a classe. Su un foglio A4 c’è scritto: «Qui si parla italiano». Su un alberello in cartapesta sono appesi i cognomi della comunità: Simone, Binetto, Bassi, De Lerno, Fabiani (guarda il video).
Il sindaco di Kerch, Oleg Vladimirovich, non ha dubbi: «I concittadini al referendum di domenica voteranno per l’unione con la Russia. La diaspora italiana non ha nulla da temere. Sotto Mosca verrà rispettata e vogliamo stringere rapporti con Bari da dove sono arrivati tanti vostri connazionali». L’ambasciata italiana a Kiev è vicina alla comunità in questi giorni drammatici, che vedranno cambiare la carta dell’Europa. «La situazione è esplosiva» ed i superstiti della tragedia dimenticata chiedono a Roma «protezione umanitaria o un permesso di soggiorno di lunga durata. Gli anziani vorrebbero rivedere l’Italia ed i più giovani, se la situazione peggiorasse, potrebbero chiedere la cittadinanza».
Nella tempesta fra Est e Ovest gli ultimi italiani di Crimea sono in balia delle onde. Lo stesso mare che li ha visti deportati per i lavori forzati in Siberia oltre 70 anni fa. Igor Federov, che ha sposato Anna Porcelli, ci porta a vedere il molo delle vergogna dove vennero imbarcati. «Ogni anno veniamo a gettare in mare dei garofani rossi per chi non è più tornato. Adesso, che altri tempi bui sono alle porte, non abbandonateci». (guarda il video) da: http://www.ilgiornale.it/

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