Siria, tre anni di guerra

I 146.000 nomi (e volti) siriani che il mondo ha dimenticato

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME – Settantadue ore per leggere centomila nomi. Tre giorni per ricordare i morti di tre anni. Non bastano a elencare tutte le vittime della carneficina in Siria: i caduti della guerra raggiungerebbero almeno i centoquarantamila, cifre ufficiali non ne esistono da quando le Nazioni Unite hanno smesso di tenere la contabilità del massacro. La scrittrice Amal Hanano ha chiesto ad altri siriani (come lei auto-esiliati negli Stati Uniti) di presentarsi a Washington, di piazzarsi davanti alla Casa Bianca. E leggere. Da settimane Hanano (il nome è di copertura per evitare le rappresaglie del regime) pubblica su Twitter i ritratti realizzati dall’artista americana Molly Crabapple: pochi segni a china su sfondo seppia per commemorare uomini come Rami Al Sayed, 26 anni, che ha documentato con il suo telefonino e la videocamera le violenze fino al febbraio del 2012 quando la sua macchina è stata centrata da un razzo. Bambine come Batoul, 12 anni, uccisa da un’autobomba a gennaio. Ragazzi come Firas Al Salem morto sotto tortura dopo aver passato un anno nelle celle del regime. Volontari come Mohamed Abyad, 28 anni, chirurgo con Medici senza frontiere ad Aleppo assassinato da uno dei gruppi fondamentalisti che ormai spadroneggiano nel nord del Paese.

Oltre sei milioni di persone in trappola

«La gente indica diverse date per l’esordio della rivoluzione: il 17 febbraio, il 6 marzo, il 15, il 18 – scrive Hanano -. Tutte queste giornate sono cominciate alle stesso modo. Con una voce». Una voce che si alza sopra le altre e che presto le altre seguono: «Allah, Siria, Libertà». È la prima volta in quarant’anni che la gente osa emendare lo slogan insegnato ai bambini fin dalle elementari. Prima la sacra triade si concludeva con Hafez, il capostipite della dinastia degli Assad. Dal 2000 bisogna inneggiare al figlio Bashar richiamato da Londra e dagli studi di oftalmologia per raccogliere lo scettro paterno. Con la rivolta una sola parola cancella i due nomi odiati in silenzio. Razzan Ghazzawi, una delle attiviste più influenti, sopravvissuta al carcere del regime, rievoca l’euforia di quelle prime manifestazioni pacifiche: «Ritrovarsi insieme, scoprire che eravamo tutti donne e uomini con sogni repressi. Raggiungo il luogo stabilito per la protesta, vedo gli altri che si raggruppano. Salto, canto, stringo mani: muoviamo i nostri corpi in sintonia con i cori. Nessuno potrà toglierci quei giorni». Nessuno, neppure l’ironia lugubre del parlamento siriano. In un Paese da dove 2,5 milioni di civili sono fuggiti al di là delle frontiere e dove altri 6,5 milioni sono rimasti senza casa intrappolati nel conflitto (profughi in patria), il Parlamento ha votato la nuova legge elettorale: vieta a chi non abbia la residenza da almeno dieci anni di candidarsi, in pratica esclude i leader dell’opposizione e lascia aperta a Bashar Assad la strada per il terzo mandato. Non certo l’esito immaginato dai cittadini di Deraa, 110 chilometri a sud di Damasco verso il confine la Giordania. L’autostrada a quattro corsie scende dalla capitale parallela alla vecchia provinciale, che si spezza verso i villaggi dove i cammelli pascolano tra i dadi grigi delle case non intonacate. La piana di Hauran è a stragrande maggioranza sunnita, ancora più che il resto della Siria: gli alauiti al potere, la setta religiosa della famiglia Assad, sono da sempre ossessionati da un’insurrezione etnica che parta dalle tribù di quest’area.  Così nell’aprile del 2011 raccontava la fine della paura – di protestare, di sperare – il gruppo di insegnanti e impiegati che si era ritrovato a guidare le prime manifestazioni: «Un gruppo di ragazzini decide di imitare i giovani che hanno visto ribellarsi dalla Tunisia all’Egitto. Ripetono lo slogan che hanno sentito in televisione: basta con il regime. Lo scrivono con lo spray rosso sui muri di cinta in quattro scuole. La frase viene subito coperta con la vernice bianca, la polizia cerca i colpevoli. Hanno tredici anni, il più giovane undici. In quindici vengono fermati e incarcerati. Quando li rilasciano raccontano di essere stati picchiati, girano voci che a qualcuno di loro siano state strappate le unghie delle mani». Hanano ha voluto leggere proprio davanti alla Casa Bianca i 100 mila nomi di chi è morto da allora per protestare contro il non-intervento scelto dal presidente Barack Obama e dal resto dell’Occidente, la volontà di starne fuori anche nei primi mesi, quando la rivolta ancora non era armata, quando il Paese non era frammentato. Gli abitanti del villaggio di Kafranbel ogni venerdì di questi ultimi tre anni hanno mostrato al mondo i loro cartelli satirici. Per denunciare le atrocità del regime, per criticare le decisioni degli americani e degli europei, negli ultimi mesi per accusare i gruppi legati ad Al Qaeda di aver sequestrato la loro rivoluzione. Settimana scorsa lo striscione sorretto da decine di mani recitava: «Fratelli ucraini, tenete duro, contate su di voi, non sperate mai nella comunità internazionale». 

MOSCA INVIERÀ DUE NAVI IN ZONA. IRAN: CON ATTACCO ISRAELE BRUCERA’

Obama: «Non ho ancora preso una decisione
ma comunque non sarà un nuovo Iraq»

Il presidente Usa: «Non entreremo nella guerra civile siriana. Usando le armi chimiche Assad colpisce i nostri interessi»

«Non ho ancora assunto una decisione. La discussione continua». Parole di Barack Obama in un’intervista alla rete pubblica statunitense Pbs sulla crisi siriana. Quel che però è certo è che «gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a entrare nella guerra civile siriana. In Siria possiamo utilizzare un approccio che non ci faccia ripiombare in un lungo conflitto, o una ripetizione della guerra in Iraq», ha assicurato il presidente americano, indicando così come una risposta americana sarebbe «limitata».

«NESSUN DUBBIO SULLE COLPE» – Obama ha anche aggiunto di non avere dubbi sull’uso di armi chimiche da parte del regime siriano: «Non riteniamo che l’opposizione possegga» armi chimiche: gli Stati Uniti hanno quindi «concluso» che è stato il governo siriano a condurre l’attacco con armi chimiche.

«COLPITI I NOSTRI INTERESSI» – Gli Stati Uniti – aggiunge Obama – devono inviare al regime di Bashar el Assad un «messaggio forte sul fatto che è meglio che non ripeta» un incidente come quello del 21 agosto. «C’è una ragione, perché c’è una legge internazionale che vieta le armi chimiche» aggiunge Obama, precisando che a fronte di un’infrazione della norma ci devono essere «conseguenze internazionali». Usare armi chimiche «su larga scala contro la propria gente, contro donne e bambini» non significa «solo violare una legge internazionale e gli standard di decenza, ma significa anche creare una situazione che ha effetti sugli interessi nazionali americani». Non solo, ma «dobbiamo evitare in ogni modo che armi chimiche possano essere usate contro di noi», ha aggiunto il presidente.

IL CONFRONTO CON IL CONGRESSO – Le consultazioni con gli alleati – ha poi spiegato Obama – proseguono e «ho ricevuto le opzioni militari e informative dall’intelligence». E il confronto è anche con il Congresso: alcuni funzionari della Casa Bianca aggiorneranno i leader di Senato e Camera giovedì sulla situazione in Siria. Lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, ha chiesto formalmente a Obama di presentarsi in Congresso per spiegare le basi legali di un attacco.

ASSAD – Non si è fatta attendere la risposta ad Obama del presidente siriano. Usciremo «vincitori» da questo «storico scontro» ha detto Bashar al Assad, citato dal quotidiano libanese al Akhbar vicino al movimento sciita Hezbollah, che combatte in Siria a fianco delle forze lealiste. «L’aggressione ci rafforzerà» ha detto Assad alla tv del suo Paese, aggiungendo «la Siria si difenderà da ogni aggressione straniera».

HOLLANDE – Sul fronte degli alleati degli Usa c’è però anche chi ora predica prudenza. Il presidente francese, Francois Hollande, ha infatti dichiarato che tutto il possibile deve essere fatto in Siria per trovare una soluzione politica, al termine di un incontro con il presidente della Coalizione nazionale siriana.

MOVIMENTI NAVALI – Sul fronte operativo intanto una nave lanciamissili statunitense, con 4 elicotteri ed equipaggiamenti per sottomarini, ha attraversato il canale di Suez, diretta verso le coste siriane.

IRAN – Tuttavia sul fronte dei Paesi contrari al possibile attacco occidentale alla Siria c’è chi alza ulteriormente i toni. E’ il caso dell’Iran, che per bocca del vice capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Masoud Jazayeri, attacca: «In caso di un attacco in Siria Israele brucerà». L’alto ufficiale poi ha aggiunto: «L’eventuale azione «di Usa e Gran Bretagna contro la nazione siriana innocente è in realtà un’operazione sionista».

RUSSIA – E anche da Mosca arrivano le prime mosse sul possibile nuovo campo d’operazioni. Il governo russo rafforzerà infatti la sua squadriglia navale nel Mediterraneo, inviando nei prossimi giorni una nave anti sommergibile della flotta del Nord e l’incrociatore lanciamissile Moskva della flotta del Mar Nero: lo ha riferito una fonte della Stato maggiore russo, citato dall’agenzia Interfax.

BAN KI MOON – Intanto gli ispettori Onu impegnati nell’indagine sull’impiego di armi chimiche in Siria proseguiranno il loro lavoro fino a venerdì e lasceranno Damasco da sabato mattina. Lo ha detto il segretario generale dell’Onu Ban ki moon.

BAGNASCO – Sul conflitto siriano è intervenuto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova: «Il quadro del Medio Oriente desta grandissima preoccupazione: c’è da ricordare ancora una volta che la guerra è sempre una sconfitta della ragione e della buona volontà». Da http://www.corriere.it

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