Una diplomazia incosciente, scambiata per cauta, è costata vite a Srebrenica. E sta succedendo di nuovo, stavolta in Siria

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Questa settimana, i bosniaci, gli erzegovini, commemoreranno il ventesimo anniversario di uno dei più efferati crimini di guerra del Ventesimo secolo. L’11 luglio 1955, più di 8000 uomini e ragazzi furono separati dalle loro madri, dalle loro figlie, dalle loro mogli e furono giustiziati, tutti, nel genocidio della città bosniaca di Srebrenica.

Srebrenica fu un genocidio. Ma fu anche un tradimento da parte della comunità internazionale. Per tre, tre, anni, il popolo bosniaco chiese di essere difeso dalla schiavitù, dagli stupri, dalla fame. Fu solo dopo Srebrenica e il successivo bombardamento di piazza Markale di Sarajevo, che la NATO, guidata dagli Stati uniti, intervenne per fermare gli attacchi Bosniaci, Serbi, e costringere le parti belligeranti a negoziare.

L’incauta diplomazia, nascosta dietro alla cautela, è costata quelle vite in Bosnia. Ed è quello che sta succedendo oggi, ancora una volta, ma in Siria.

Come primo ambasciatore della Bosnia Erzegovina e come primo ambasciatore dell’opposizione siriana alle Nazioni Unite, siamo colpiti, bloccati, dal confronto tra i nostri due conflitti, siamo colpiti da quanto l’indecisione e la mancanza di coraggio, di moralità, stanno, ancora una volta, lasciando che i civili paghino il prezzo più alto. I diplomatici hanno le capacità, nonché il dovere, di di imparare dal passato e di intraprendere iniziative che impediscano a quel passato di ripetersi, nel presente. Oggi, però, i diplomatici stanno sbagliando, in Siria.

L’esempio, il parallelo, della situazione siriana non è l’Iraq, non sono l’Afghanistan o la Libia. È la Bosnia. Come succede in Siria oggi, la Bosnia ha visto atrocità, un nomero senza precedenti di rifugiati, un esorbitante bilancio di morti. Termini come “genocidio” e “pulizia etnica” sono diventati familiari, proprio come “barrel bomb” e “gas clorino” sono diventati familiari oggi. Sia in Siria che in Bosnia, abbiamo visto attori statali e non, non avere scrupoli nell’usare violenza contro i civili. E abbiamo visto elites avide fomentare l’estremismo religioso e le differenze etniche.

Abbiamo anche visto una comunità internazionale divisa. Come in Siria, la crisi nei Balcani era vista come irrisolvibile, incurabile. I più forti alleati della Bosnia, erano terrorizzati dal proteggere i civili, per il rischio di far crescere il conflitto fino al livello mondiale.

Ma la comunità internazionale prevalse su quelle paure. Nonostante la riluttanza a richiedere un intervento armato, organizzazioni per i diritti umani quali Human Rights Watch, scesero in campo, vicine ai civili, richiedendo un’effettiva protezione. Nonostante le preoccupazioni, nell’agosto 1955, la NATO portò avanti delle rappresaglie contro le roccaforti bosniaco-serbe, ponendo termine all’assedio di Sarajevo e costringendo Milosevic a Dayton.

Questo intervento salvò delle vite. Spense gli estremismi. E portò il conflitto, finalmente, alla fine. Questo intervento, oggi, nelle vesti di una no-fly zone – potrebbe offrire benefici simili in Siria, fermando il fattore che uccide i civili siriani: le barrel bombs di Assad.

Circa 20 siriani muoiono ogni settimana, per i bombardamenti aerei di Assad. Una no-fly zone potrebbe portare la conta dei morti a zero, facendo per la Siria quello che non si riuscì a fare per la Bosnia. Fermare gli elicotteri del regime siriano.

Una no-fly zone potrebbe aiutare a smorzare gli estremismi, negando a gruppi terroristici come l’Isis un forte strumento di reclutamento: la percezione dell’indifferenza occidentale al loro soffrire. La no-fly zone bosniaca non fu una panacea, ma fu il primo step nel dare ai civili speranza e aiuti umanitari. Quegli aiuti aiutarono gli islamici moderati contro il fascino dell’estremismo radicale e aiutarono a preservare il cuore della società bosniaca multiculturale e multireligiosa. E potrebbero avere effetti simili, in Siria.

Inoltre, una no-fly zone potrebbe aiutare le Assad al tavolo della negoziazione, proprio come l’intervento NATO costrinse Milosevic a Dayton. Alterando molte dinamiche, una no-fly zone potrebbe far cambiare i piani di Assad e provocare la giusta pressione per far sì che lui negozi la pace. Certo, ci sono differenze tra Bosnia e Siria, tre, in particolar modo sono critiche. Prima cosa, in Siria una no-fly zone, sola, potrebbe bastare a fermare le uccisioni dei civili, senza la necessità di bombardare. Questo perché, a differenza che in Bosnia, una no-fly zone basata sui mari non richiederebbe iniziative militari per bersagliare preventivamente le forze militari di Assad.

Seconda cosa, al contrario che in Bosnia, in Siria le organizzazioni per i diritti umani hanno fallito nell’unirsi contro il bisogno di protezione internazionale. Terza cosa, il Security Council ha fallito con la proposta di una no-fly zone.

Questi fallimenti sono stati utilizzati per giustificare la staticità degli interventi in Siria. E non sarebbe dovuto succedere, non deve succedere. L’anniversario di Srebrenica ci offre l’opportunità di ricordare cosa accade quando gli Stati rifiutano la loro responsabilità di proteggere i popoli. Non deve accadere un’altra Srebrenica , per far sì che il mondo agisca a nome della Siria.

Dopo quattro anni di crisi siriana, la cauta diplomazia è diventata spericolata. Una no-fly zone estesa uniformemente potrebbe riempire il vuoto diplomatico e umanitario sulla Siria. E la cosa più importante. Salverebbe delle vite.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su The World Post US ed è stato poi tradotto dall’inglese da Alessandra Corsini. da:http://www.huffingtonpost.it/

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